Il coding aiuta a sviluppare un pensiero di tipo computazionale per applicare la logica alla vita di tutti i giorni.

Quello dell’educazione digitale è un tema molto dibattuto negli ultimi anni.  Via via che nuove generazioni di nativi digitali crescono e si affacciano al mondo degli adulti, ci si interroga su cosa sia veramente “l’educazione digitale”, quali siano le sue caratteristiche e potenzialità.

L’idea che i ragazzi nati negli ultimi vent’anni, per il solo fatto di utilizzare e interagire con la tecnologia, possano acquisire in maniera automatica competenze e capacità è una sorta di equivoco. In molti casi, infatti, quello che avviene è una forma passiva di fruizione. Il solo fatto di avere dimestichezza con la tecnologia non significa essere poi in grado di creare o esprimersi attraverso di essa.

Lo scenario di fondo, poi, non aiuta. L’Italia infatti, in materia di competenze digitali non se la passa tanto bene.

Secondo il Digital Economy and Society Index 2020, rapporto della Commissione Europea, il nostro paese è quartultimo in Europa davanti a Romania, Grecia e Bulgaria.

Tra le principali cause c’è il basso tasso di accesso e uso della rete, visto che un minor utilizzo determina una minore dimestichezza che disincentiva a sua volta l’utilizzo. Un cane che si morde la coda, insomma.

Come conseguenza abbiamo, ad esempio, un ritardo nello sviluppo dell’e-commerce e dell’e-government. Senza contare la mancanza di figure professionali con valide competenze digitali, che va a cozzare con l’attuale situazione di disoccupazione giovanile.

Negli ultimi anni, in verità, qualcosa è stato fatto per avvicinare le nuove generazioni alle tecnologie digitali e dare spazio alle competenze digitali nella scuola primaria.

Nel 2015, il Ministero dell’Istruzione ha lanciato il Piano Nazionale della Scuola Digitale, di cui fa parte anche il progetto “Programma il Futuro”, il cui obiettivo è quello di diffondere il pensiero computazionale e introdurre lo studio dell’informatica all’interno delle scuole.

L’iniziativa ha avuto notevole successo, tanto che nel 2017 la partecipazione è stata di 1.600.000 studenti, 25.000 insegnanti e 5.800 scuole. E ora che la didattica a distanza per la scuola primaria sta prendendo sempre più piede, questo progetto finalizzato alle lezioni di computer per bambini potrà avere un ulteriore sviluppo.

Insegnare i rudimenti della programmazione è infatti diventato un importante obiettivo, riconosciuto a livello internazionale.

Persino Barack Obama, qualche tempo fa, ha esortato così gli studenti americani: “Non comprate un nuovo videogame, fatene uno. Non scaricate l’ultima app, disegnatela. Non usate semplicemente il vostro telefono, programmatelo”.

L’importanza del coding è balzata all’attenzione della comunità scientifica nel 2006, quando la scienziata informatica Jeannette Wing, in un suo articolo, l’ha definito “quarta abilità di base”, insieme a leggere, scrivere e contare – indispensabile per tutti, perché utile nella vita quotidiana.

Così come non si impara a scrivere per diventare scrittori, o si studia la matematica per diventare matematici, il coding non è indirizzato solo a chi intende perseguire una passione o una carriera nell’ambito dell’informatica, ma è una disciplina che aiuta a sviluppare il cosiddetto “pensiero computazionale”, ovvero la capacità di risolvere problemi – anche complessi – applicando la logica, ragionando passo passo sulla strategia migliore per arrivare alla soluzione.

Sempre secondo Jeannette Wing: “Il pensiero computazionale rappresenta un atteggiamento e un complesso di attività che sono universalmente applicabili e che chiunque, non solo gli informatici, dovrebbe essere desideroso di apprendere e utilizzare”.

Fare coding, oggi, per i ragazzi, è essenziale come imparare l’inglese. E lo è perché il coding allena appunto la mente a usare la logica nella vita di tutti i giorni.

Ovviamente, come per la musica, l’arte e altre discipline, iniziare un percorso graduale fin dall’infanzia è la scelta migliore.

Secondo una ricerca condotta dagli studiosi Mitchel Resnick e Karen Brennan, lo sviluppo del pensiero computazionale coinvolge tre dimensioni:

  1. conoscere alcuni concetti computazionali, come sequenza, cicli, eventi, condizioni, parallelismo, operatori e dati.
  2. essere in grado di utilizzare questi concetti attraverso delle pratiche, come sperimentare e iterare, testare e debuggare, riutilizzare e remixare, astrarre e modularizzare.
  3. sviluppare nuove prospettive su sé stessi, gli altri e il mondo, percependosi come creatori in grado di esprimere le proprie idee e di collaborare con gli altri per sviluppare domande e trovare risposte al funzionamento del mondo.

In pratica, attraverso il coding, si impara che una soluzione difficilmente è perfetta al primo colpo. Che si dovrà testare il codice, trovare gli errori, riscriverne parti. Si impara che sbagliare non è un dramma, anzi, permette di migliorare il proprio lavoro. Inoltre un programmatore non lavora mai da solo, ma si relaziona costantemente con altre professionalità, e soprattutto si basa proprio sul lavoro degli altri per implementare nuove idee e soluzioni.

Questo è vero anche e soprattutto per uno dei settori nei quali il coding trova una delle sue massime espressioni, i videogame, un campo che per sua stessa natura può aiutare i bambini ad avvicinarsi alle materie digitali.

Senza contare che da un punto di vista professionale, il settore cresce a ritmi molto superiori a quelli di altre professioni.

Bisogna anche sfatare il pregiudizio che la programmazione sia una cosa “da maschietti”. In realtà si tratta di un ottimo strumento per avvicinare anche le bambine alle discipline matematico-scientifiche, senza contare la necessità di colmare il gender gap che il settore, un po’ dappertutto, sconta.

Il segreto ovviamente sta nel metodo: poca teoria e tanta pratica, ovvero learning by doing, imparare facendo.

Un approccio pratico, insomma, una didattica ludica verrebbe quasi da dire, che metta la programmazione al centro di un progetto più ampio per abbattere le barriere dell’informatica e stimolare una predisposizione votata alla risoluzione dei problemi.

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